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Il decoro architettonico può definirsi come l’insieme armonico delle linee architettoniche e delle strutture ornamentali.

Il decoro architettonico è, quindi, l’estetica complessiva data dall’insieme delle linee e strutture ornamentali che conferisce una armoniosa fisionomia ed un’unica impronta all’aspetto dell’edificio (cfr. Cass., sez. II, 25 gennaio 2010, n. 1286).

«Per decoro architettonico del fabbricato, ai fini della tutela prevista dall’art.1120 c.c., deve intendersi l’esteticadata dall’insieme delle linee e delle strutture che connotano il fabbricato stesso e gli imprimono una determinata,armonica, fisionomia. L’alterazione di tale decoro può ben correlarsi alla realizzazione di opere che immutinol’originario aspetto anche soltanto di singoli elementi o punti del fabbricato tutte le volte che la immutazione siasuscettibile di riflettersi sull’insieme dell’aspetto dello stabile.» (Cass., sez. II, sent. 3 settembre 1998, n. 8731).

La tutela data dall’ordinamento al decoro architettonico (cfr. art. 1120 c.c. in tema di innovazioni e l’art. 1127 c.c. sulla sopraelevazione) ha la sua ratio non solo in relazione alla tutela estetica, ma anche sotto l’aspetto della valutazione economica dell’edificio (e quindi dei singoli appartamenti) e, pertanto, la modifica peggiorativa dell’estetica incide negativamente deprezzando le unità abitative presenti nello stabile condominiale.

Il decoro architettonico «può ritenersi pregiudicato non da qualsiasi innovazione, ma soltanto da quella idonea adinterromperne la linea armonica delle strutture che conferiscono al fabbricato una propria identità (Cass.. n. 14455del 2009; Cass. n. 2755 l del 2005)» (Cass., sent. 22 novembre 2011, n. 24645).

Il tutto come costantemente confermato dalla Cassazione «il pregiudizio economico è una conseguenzanormalmente insita nella menomazione del decoro architettonico che, costituendo una qualità del fabbricato, ètutelata in quanto di per meritevole di salvaguardia dalle norme che ne vietano l’alterazione (Cass., 31 marzo2006, n. 7625; Cass., 15 aprile 2002, n. 5417)» (Cass., sent. 23 maggio 2012, n. 8174).

Per eseguire una valutazione sulla configurabilità dilesione del decoro si deve far riferimento non solo alsingolo intervento, ma, soprattutto, alla situazionein cui si trovava l’edificio prima dell’interventostesso.

Ed infatti ancora recentemente la Suprema Corte ha ribadito (Cass., sez. II, sent. 7 settembre 2012, n. 14992) tale impostazione «Occorre premettere in tema di condominio,non può avere incidenza lesiva del decoro architettonico diun edificio un’opera modificativa compiuta da uncondomino, quando sussista degrado di detto decoro a causadi preesistenti interventi modificativi di cui non sia stato preteso il ripristino: la valutazione circa il degrado dellafacciata del fabbricato è oggetto riservato all’indagine del giudice di merito che è insindacabile in sede dilegittimità se adeguatamente motivato. Nella specie, la sentenza con motivazione immune da vizi logici o giuridici,ha evidenziato come le originarie linee della facciata erano state stravolte dai diversi interventi che nel corso deglianni erano stati effettuati dai singoli condomini con la realizzazione di verande, apposizioni di tubazioni con coloridifferenti.».

In pratica, se l’edificio non aveva alcun valore architettonico o era già stato oggetto di precedentiinterventi che ne avevano già menomato l’aspetto estetico non può l’intervento attuale essereconsiderato lesivo del decoro architettonico (cfr. Cass. n. 3549/1989).

E quindi l’intervento di un condomino non può essere censurato se nell’edificio vi erano già state pregresse alterazioni: «la lesività estetica dell’opera abusiva costituente l’unico profilo di illegittimità dell’opera stessaaddotto dall’attrice non poteva assumere rilevanza in presenza di una già evidente grave compromissione di dettodecoro a causa di precedenti interventi.». (Cass., sez. II, sent. 17 ottobre 2007 n. 21835; ibidem Cass. civ., n. 10324/2008 e Cass. n. 26796/2007).

In pratica, per valutare se un intervento lede o no l’estetica è necessario eseguire preliminarmente una analisi sullo stato attuale dell’estetica del fabbricato.

«Ai fini della lesione del decoro architettonico, cioè delle linee e delle strutture che connotano lo stabile e gliimprimono una determinata, armonica fisionomia ed una specifica identità» si deve fare riferimento ad opere edili visibili ossia che hanno inciso sulla sagoma o la facciata dell’edificio e non, quindi, alle tende che non pregiudicano il decoro architettonico (Cass., sez. VI, 30 gennaio 2012, n. 1326).

Il tutto, però, ricordando comunque che l’ordinamento tutela il decoro architettonico in quanto bene comune il cui mantenimento è protetto anche a prescindere dalla validità estetica assoluta delle modifiche che si intendono apportare (cfr. Cass., sez. II, 4 aprile 2008, n. 8830).

La Cassazione (cfr. sent. 6 ottobre 1999, n. 11121), ha stabilito che i regolamenti condominiali possono contenere norme a tutela del decoro architettonico dello stabile, aventi la caratteristica di ridurre il potere della proprietà personale ed esclusiva del singolo (ibidem Cass., 29 aprile 2005, n. 8883 e Cass. n. 8731/1998).

Va soggiunto, per completezza espositiva sul punto, che la giurisprudenza amministrativa ha nuovamente evidenziato (cfr. T.A.R. Lombardia, Milano, sez. II, sent. 27 agosto 2010, n. 4414) che l’intervento edilizio che incide sulla facciata dell’edificio – la quale costituisce una parte comune oggetto di compossesso proindiviso – deve essere subordinato al rilascio del titolo abilitativo e all’assenso dei comproprietari (cfr. sul punto anche Cons. Stato, sez. V, 21 ottobre 2003, n. 6529; T.A.R. Campania, Napoli, sez. II, 27 maggio 2005, n. 7295).

Deve poi essere ricordato che la riforma ha novellato l’art. 1122 c.c., relativo alle norme sulle opere sulle parti «di uso o proprietà individuale», prevedendo regole specifiche e più severe, fino ad arrivare anche a prevederne l’ineseguibilità assoluta, qualora tali opere «rechino danno alle parti comuni o determininopregiudizio alla stabilità, alla sicurezza o aldecoroarchitettonicodell’edificio», e prevedendo anche l’obbligo per il singolo condomino di comunicare, preventivamente, tali opere edili all’amministratore, che, a sua volta, è poi tenuto ad informarne l’assemblea.

Inoltre sempre la riforma nell’introdurre con il nuovo art. 1122 bis c.c. una normativa specifica sugli impiantiindividuali (di ricezione televisiva, o di flussiinformativi o di fonti di energia da fontirinnovabili) che ha sancito il diritto del singolo condomino alla ricezione radiotelevisiva ed all’accesso a qualsiasi altro flusso informativo con impianti individuali, ha però posto come limite che la realizzazione di tali impianti deve arrecare minor pregiudizio alle parti comuni e alle proprietà individuali e preservare «in ogni caso il decoroarchitettonico dell’edificio, salvo quanto previsto inmateria di reti pubbliche.».

Molte pronunzie sul decoro architettonico riguardano icondizionatori (e specificamente i c.d. “split” esterni agganciati alle pareti).

L’installazione dell’impianto di climatizzazione va analizzato in un duplice aspetto: quello della rumorosità e quello del decoro architettonico.

Per il primo aspetto si rimanda anche al paragrafo sulle immissioni ribadendo, in questa sede, che la certificazione della ditta di installazione e la conformità alla normativa europea risolvono questo aspetto.

Si evidenzia che, secondo la giurisprudenza più recente, è considerato lecito installare un impianto di condizionamento non solo nelle parti di proprietà esclusiva, ma anche sulle parti di proprietà comune (es. muro perimetrale comune) rimanendo quali unici limiti gli eventuali danni per immissioni di rumore ed eventualmente di calore negli appartamenti dei condomini confinanti (ed i parametri di legittimità sono generalmente considerati la conformità alla normativa CEE e il certificato della ditta che lo installa).

 

 

 

 

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